
«E a noi che è rimasto? Qualche isolato di uffici e di imprese commerciali. Qualche acro occupato da stabilimenti industriali. Un’amministrazione municipale organizzata per occuparsi di un milione di persone, ma senza quel milione di persone. Un bilancio le cui esigenze hanno fatto salire la pressione fiscale a tal punto che, entro breve tempo, anche le imprese commerciali dovranno trasferirsi per sfuggire a questa tassazione insostenibile. Un sistema fiscale che ci ha fatto requisire migliaia di case per il mancato pagamento delle tasse, lasciandoci con questo carico di proprietà inutili e senza valore. Ecco che cosa ci è rimasto.
«Se credete che la risposta ve la possano dare le Camere di Commercio, le campagne pubblicitarie, o chissà quale progetto pazzesco… ebbene, siete pazzi. C’è una sola risposta, ed è semplicissima. La città, come istituzione umana, è morta. Potrà forse sopravvivere per qualche anno, lottando faticosamente per sfuggire al suo destino, ma sarà sempre condannata. È finita.»
«Signor Webster…» disse il sindaco.
Ma Webster non gli prestò alcuna attenzione.
«Se non fosse per quello che è accaduto oggi,» disse, «Avrei continuato a recitare questa stupida commedia… avrei continuato a recitare con voi la commedia del bambino che gioca con la casa delle bambole. Avrei continuato a fingere che la città fosse un’entità viva, reale ed esistente. Avrei continuato a ingannare voi e me stesso. Ma esiste una cosa, signori, che si chiama dignità umana.»
Il silenzio gelido si frantumò in un fruscio di fogli, in qualche soffocato colpo di tosse di ascoltatori imbarazzati.
Ma Webster non aveva finito.
