
Connie lavora con Vinnie da quando ha aperto l’agenzia. Ha tenuto duro tutto questo tempo perché, pur avendo ben poca pazienza, quando ci sono delle vere giornatacce si paga da sola una sorta di «indennità di guerra» prendendola dalla cassa per le piccole spese.
Raggrinzì il viso quando vide che avevo in mano una cartellina di documenti. «Non avrai intenzione di andare a cercare Eddie DeChooch, vero?»
«Spero che sia morto.»
Lula era spaparanzata nel divano in similpelle che era stato addossato al muro e serviva da vasca di contenimento per i tizi usciti su cauzione e i loro poveri parenti. Lula e il divano erano più o meno della stessa tonalità di marrone, a eccezione dei capelli di Lula, quel giorno di un bel rosso ciliegia.
Mi sento sempre un po’ anemica quando sono accanto a Lula. Sono un’americana di terza generazione con antenati italo-ungheresi. Da mia madre ho preso la carnagione chiara, gli occhi azzurri e un buon metabolismo, grazie al quale posso mangiare la torta di compleanno e chiudere (quasi sempre) l’ultimo bottone dei miei Levi’s. Dalla famiglia paterna ho ereditato un cespuglio ingestibile di capelli castani e un debole per i gestacci. Se sono sola, con l’aiuto di una tonnellata di mascara e dieci centimetri di tacco, posso attirare un po’ d’attenzione. Ma accanto a Lula sembro invisibile.
«Ti darei una mano a trascinarlo di nuovo in galera» disse Lula. «Probabilmente ti farebbe comodo l’aiuto di una taglia forte come me. Peccato però che non mi piacciano i morti. I morti mi fanno accapponare la pelle.»
«Be’, a dire il vero non so ancora se è morto» dissi.
«Per me va bene, allora» disse Lula. «Sono con te. Se è vivo ho l’occasione di prendere a calci in culo un poveraccio, se invece è morto… me la filo.»
