
Non era possibile distinguere con chiarezza i particolari. Non solo la pioggia stava ancora cadendo, ma l’oscurità era virtualmente assoluta anche per gli ingranditori della macchina. Questo fu certo il motivo di altre discussioni; ci vollero altri due o tre minuti, dopo l’arrivo della macchina nella radura, prima che le sue luci cominciassero a illuminare a brevi intervalli la roccia.
Si videro degli indigeni all’interno delle caverne, ma essi non reagirono in alcun modo alla luce. O stavano dormendo, in modo più o meno umano, o avevano ceduto all’usuale torpore notturno.
Da qualsiasi parte si guardasse, era impossibile scorgere tracce di una civiltà superiore a quella della pietra, e dopo pochi minuti di esame la macchina spense gran parte delle sue luci e tornò a dirigersi verso la collina e il cratere.
Avanzò rapidamente e sicuramente. Una volta in cima alla collina, diverse aperture apparvero sui suoi fianchi, e da alcune di esse uscirono delle appendici a forma di braccia. Dieci degli ovoidi furono raccolti con attenzione da un capo della linea… senza lasciare intervalli rivelatori… e immagazzinati nei fianchi della macchina. Poi la macchina ridiscese dalla collina, e cominciò una deliberata ricerca delle rudimentali trappole. Da queste tolse le lame di pietra, e quelle che apparivano in buone condizioni (molte erano irreparabilmente corrose, e alcune si sfaldarono non appena toccate) scomparvero all’interno di altre aperture della superficie di plastica. Ciascuna di queste aperture venne poi coperta da uno strato della sostanza incredibilmente stabile che formava il corpo della macchina, in modo che nessuno, guardando da fuori, avrebbe potuto dire che i contenitori si trovavano io quelle posizioni.
