
In quel momento, comunque, era soltanto un insegnante assonnato, il quale pensava, mezzo addormentato, una lezione che aveva pensato altre centinaia di volte. Era un po’ infastidito da una pietra aguzza conficcata a metà dentro il suo settimo tentacolo, che, però, non era abbastanza scomoda da indurlo a muoversi.
Io giacevo nella mia caverna in ansiosa attesa. Poi, d’un tratto, fui conscio di qualcosa che stava scendendo dall’alto. L’istinto della nostra razza è di bloccare il trasferimento del pensiero e ghermire il cibo prima che chiunque altro se ne accorga, entrando a sua volta fulmineamente in azione. Mi gettai subito fuori della mia caverna e mi portai nello spazio sotto l’Oggetto. Sollevai i miei tentacoli per afferrarlo. Tutto il procedimento fu automatico: attivazione del blocco mentale, percezioni esterne protese al massimo, messa a fuoco d’ogni immagine mentale proveniente dall’Oggetto che affondava per prevenire ogni suo tentativo di fuga… ma ogni Shadi ben sa come tutto ciò si faccia per puro istinto, ogni qualvolta qualcosa di mobile giunge alla nostra portata.
Tuttavia, due fatti specifici influenzarono il mio comportamento dopo quella prima reazione automatica. Primo, mi ero già nutrito, e da poco. Secondo: ricevetti delle immagini mentali dall’interno dell’Oggetto che curiosamente concordavano con l’argomento della lezione di Morpt e i miei personali pensieri in quel momento. Quando il mio primo tentacolo si calò su quell’Oggetto che scendeva, invece di pensieri di paura e di battaglia, intercettai il messaggio d’una entità che stava esprimendo disperazione, rivolgendosi a un’altra.
«Mia cara, non rivedremo mai più la Superficie», stava pensando.
