
Un vicolo. In televisione i criminali che fuggono si infilano sempre in qualche vicolo, ma quando ci fu dentro si rese conto che probabilmente quelli dovevano conoscere bene i vicoli in cui si infilavano.
Questo si andava restringendo a ogni passo, curva dopo curva, come se non dovesse più sboccare in nessuna strada.
Il frastuono degli zoccoli dietro di lui sembrava la carica di cavalleria in un film. Sentì il rumore ritmico interrompersi di colpo quando il cavallo saltò lo stesso bidone della spazzatura rovesciato che lui aveva scavalcato un attimo prima. Poi sentì l’urlo disperato dell’animale e un rumore sordo mentre gli zoccoli ferrati scivolavano sul selciato ghiacciato.
Continuò a correre, la mappa che gli sventolava in una mano e la bambola che rimbalzava sul suo petto ansante, ogni volta che riprendeva fiato. Un gatto nero sibilò arrampicato in cima a una staccionata cadente; un cinese gli sorrise benevolmente, sdraiato su un vecchio divano a fumare quella che sembrava una pipa di oppio.
Lui svoltò l’angolo e si trovò di fronte a un vicolo cieco.
— Tu vuole uscire? — domandò il cinese.
Lui girò la testa per guardarlo al di sopra della spalla.
— Sì. Devo… uscire… di qui.
Il cinese si alzò in piedi, lisciandosi un baffo spiovente. — Va bene. Tu viene.
Entrarono in una porta sbilenca che portava in uno scantinato. Quando il cinese la richiuse, la stanza piombò nel buio rischiarato solo dal minuscolo bagliore rosso del fornello della sua pipa.
— Dove ci troviamo? — domandò lui.
— Ora nessun posto — gli disse il cinese. — Con buio, chissà?
Il fumo dolciastro della pipa contrastava l’aria che sapeva di muffa; poteva quasi vederlo avvolgersi attorno a lui come un serpente bianco, un pallido drago cinese.
