
— Sta chiudendo gli occhi, dottor Pillo-Lin — disse una voce di donna. — Sembra anche a me. — Era una voce androgina a cui fece seguito un suono di passi, né pesanti né leggeri. E fu di nuovo giorno, in un lampo.
— È sveglio?
Lui disse: — Credo di sì.
Una donna di mezza età con una cuffia bianca si chinò su di lui; la distesa di neve si dissolse e si trasformò in un soffitto.
— Una bella botta!
— Che è successo? — Sentiva una pulsazione sorda alla base della nuca.
— È caduto per la strada.
— E ho fatto un sogno terribile — le disse. — Ho sognato che Lara era solo una bamboletta e io l’ho mostrata a un vecchio cinese. Può darmi qualcosa contro il mal di testa?
La donna annuì e tolse il tappo da una bottiglia marrone. — Qui. Annusi questa.
Aveva il profumo della primavera, quando la nuova vegetazione contrasta l’odore della neve che si scioglie nell’aria lavata dalla pioggia. La pulsazione diminuì e quasi scomparve.
— Che cos’era? — le domandò.
— Aspenina. Forse per un po’ di tempo sentirà il naso chiuso. — Si rialzò. — Si sente bene ora?
Lui annuì, risvegliando il fantasma della pulsazione. — Quando potrò uscire di qui?
— Forse domani. Il dottor Pillo-Lin la visiterà di nuovo e può darsi che la dimetta, oppure che decida di tenerla qui ancora per qualche giorno. Se ha bisogno di me, schiacci questo pulsante.
Prima che potesse farle un’altra domanda la donna se n’era andata. Si sedette sul letto con le ossa doloranti.
La stanza era piccola; c’era solo lo spazio per lo stretto lettino da ospedale, una minuscola sedia laccata di bianco e un tavolino da notte bianco. Anche le pareti erano bianche e bianche le piastrelle che rivestivano il pavimento.
Con movimenti cauti mise giù i piedi dal letto.
Probabilmente nell’armadietto c’erano i suoi vestiti e la bambola… Lara-Tina. Scoppiò a ridere.
