
Aprirono la porta ed entrarono.
La cabina di pilotaggio era piccola. Il parabrezza anteriore era schermato, e l’unica illuminazione era fornita dai tre schermi di navigazione accesi posti davanti al sedile di pilotaggio. L’intero luogo era impregnato di un odore di sudore e di abiti stantii. Il comandante Bergier era chinato sugli schermi, simile a una vecchia aquila. Il pallido becco del suo volto divenne improvvisamente nobile quando alzò lo sguardo, lo sguardo di un poeta barbuto tutto pelle e ossa che impende sul luminoso terreno del suo mondo. Voltandosi, i suoi occhi si fissarono su qualche tragedia distante, assai più importante per lui di qualsiasi pericolo attuale. Due occhiaie scure si incurvarono sotto i suoi occhi. — Sì? — disse.
Il tenente Chu si produsse in un affettato saluto militare, mentre il burocrate, ricordandosi giusto in tempo che tutti i comandanti di aereonave avevano incarichi paralleli per quanto riguardava la sicurezza interna, offrì le proprie credenziali. Bergier vi diede una rapida occhiata, quindi gliele riconsegnò. — Quelli come voi non sono ben visti da tutti su questo pianeta, signore — disse il comandante. — Voi ci costringete alla povertà, vivete sul nostro lavoro, sfruttate le nostre risorse e non ci ripagate con nulla se non con accondiscendenza.
Il burocrate sbatté le palpebre, stupito. Prima ancora che riuscisse a organizzare una risposta, il comandante proseguì: — Ciò nonostante, io sono un ufficiale, e farò il mio dovere. — Si infilò in bocca una pastiglia e la succhiò rumorosamente. La cabina di pilotaggio venne invasa da un odore dolciastro e nauseante. — Date pure i vostri ordini.
