
— Non possiamo essere sicuri che non si trovi ancora qui dentro — le ricordò il burocrate. Ora le vetrate erano tornate trasparenti, e in quell’aria fresca e luminosa l’incontro con il falso Chu sembrava una cosa improbabile, come il racconto di un viaggiatore. — Andiamo a far visita al comandante.
L’osservatorio di poppa era pieno di studentesse della Laserfield Academy in uniforme in gita di classe, che si scambiarono piccole gomitate e risatine mentre il burocrate seguiva Chu su per una piccola scaletta che conduceva a una botola che dava accesso all’interno della sacca di gas. La botola si chiuse, e il burocrate si ritrovò in piedi all’interno del telaio triangolare della chiglia. Era piuttosto buio fra una cella di gas e l’altra, e la sottile fila di lampadine sul soffitto serviva più a dare un’idea delle dimensioni dello spazio che non a illuminare effettivamente l’ambiente. Una donna dell’equipaggio si parò dinnanzi a loro sulla passatoia. — I passeggeri non hanno il permesso di accedere a… — Vedendo l’uniforme di Chu, si bloccò, irrigidendosi.
— Vorremmo parlare con il comandante pilota Bergier, per cortesia — disse il burocrate.
— Volete vedere il comandante? — La donna lo fissò come fosse una sfinge materializzatasi dal nulla che le stava ponendo un quesito particolarmente ostico.
— Se non è un problema… — intervenne Chu con tono pacatamente minaccioso.
La donna si girò immediatamente sui tacchi. Li condusse attraverso l’esofago dell’aereonave fino alla prua, dove si trovarono davanti a una scalinata talmente ripida che bisognava arrampicarvisi con mani e piedi, come fosse una scala a pioli, che conduceva alla cabina di pilotaggio. Sulla porta di legno scuro vi era un’incisione appena accennata che rappresentava una rosa accompagnata da una forma fallica. La donna dell’equipaggio bussò rapidamente per tre volte, quindi si aggrappò a un montante e, agile come una scimmia, scomparve fra le ombre. Si udì il rombo sommesso di una voce profonda. — Avanti.
