
Il metodo dell’esecuzione capitale era semplice e meccanico… non ingegnoso come una scatola da gatto di Schrödinger, ma comunque ben studiato. Una neuroverga a breve raggio era posta nella parete, puntata contro la sedia che occupavo. Vedevo la spia rossa lampeggiare sul piccolo comlog collegato all’arma. I detenuti delle celle vicino alla mia mi avevano allegramente descritto la meccanica dell’esecuzione, ancora prima che fosse pronunciata la sentenza. Il computer del comlog aveva un programma per generare una serie casuale di numeri. Quando il numero così generato era primo e inferiore a diciassette, la neuroverga entrava in azione. Ogni sinapsi della massa grigiastra che era la personalità e i ricordi di Raul Endymion sarebbe stata fusa. Distrutta. Ridotta all’equivalente neuronico delle scorie radioattive. Nel giro di qualche millisecondo, le funzioni autonome sarebbero cessate. Cuore e polmoni si sarebbero fermati in pratica nello stesso istante della distruzione del cervello. Gli esperti dicono che la morte per neuroverga è la più indolore mai escogitata. Chi risuscitava dopo l’esecuzione, in genere non aveva voglia di parlare dell’esperienza, ma nelle celle correva voce che la neuroverga facesse un male d’inferno… come se la vittima sentisse esplodere ogni circuito del proprio cervello.
Guardai la spia rossa del comlog e la bocca della neuroverga. Qualche bello spirito vi aveva collegato un piccolo schermo a cristalli liquidi perché vedessi i numeri generati. Balenavano come i numeri dei piani di un ascensore per l’inferno: 26 — 74 -109 -19 — 37 (il programma del comlog generava solo numeri inferiori a 150) 77 — 42 -12 — 60 — 84 -129 — 108 — 14…
