Mi alzai, scoprii d’essere nudo, andai alla finestra. La brezza autunnale era pungente, ma il sole mi scaldò. Mi trovavo in una torre di pietra. I gialli chalma e il fitto intrico di bassi weir intrecciavano un solido baldacchino di cime d’albero su per le montagne fino all’orizzonte. Semprazzurri crescevano sulle scarpate di granito. Scorgevo altre mura, bastioni, una torre circolare che scompariva lungo la cresta dove si alzava quella in cui mi trovavo. I muri parevano antichi. Il tipo di costruzione e lo stile architettonico appartenevano a un’epoca ricca d’abilità e di gusto, che risaliva a molto prima della Caduta.

Indovinai subito dove mi trovavo: i chalma e i weir indicavano che ero sempre nel continente meridionale, Aquila; l’eleganza degli edifici in rovina parlava della città abbandonata di Endymion.

Non ero mai stato nella città da cui la mia famiglia aveva preso il cognome, ma l’avevo sentita descrivere molte volte da Nonna, quella che nel clan raccontava le storie. Endymion era stata una delle prime città fondate su Hyperion dopo il disastroso atterraggio della navetta, circa sette secoli fa. Fino alla Caduta, era stata famosa per la sua elegante università, un gigantesco edificio a forma di castello che sovrastava la città vecchia, più in basso. Il bisnonno del bisnonno di Nonna era stato professore in quella università, finché l’esercito della Pax non aveva requisito l’intera regione centrale di Aquila, costringendo migliaia di persone a fare fagotto.

E adesso ero lì.

Un uomo calvo, dalla pelle azzurra e dagli occhi blu cobalto, entrò nella stanza, posò sul letto due capi di biancheria e un semplice vestito che pareva di cotone fatto in casa, e mi disse: — Prego, si vesta.



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