Mentre usciva, rimasi a fissarlo in silenzio. Pelle azzurra. Occhi blu cobalto. Totale assenza di peli. Lo sconosciuto era di sicuro un androide, il primo che avessi mai visto. Se me l’avessero domandato, avrei risposto che su Hyperion non erano rimasti androidi. Anche prima della Caduta era illegale bioprodurli; secoli fa erano stati importati dal leggendario re Billy il Triste per costruire la maggior parte delle città del continente settentrionale, ma non avevo mai sentito dire che nel nostro mondo ne esistessero ancora. Scossi la testa e mi vestii. L’abito, malgrado io abbia spalle insolitamente larghe e gambe più lunghe della media, pareva fatto su misura per me.

Quando l’androide tornò, ero di nuovo alla finestra. Lui si fermò sulla soglia e mi rivolse un gesto. — Da questa parte, prego, signor Endymion.

Dominai l’impulso di fare domande e lo seguii su per la scala interna della torre. La stanza in cima occupava l’intero piano. La luce del tardo pomeriggio entrava dalle vetrate dipinte di giallo e di rosso. Almeno una finestra era aperta, perché dal basso proveniva il fruscio delle fronde mosse dal vento che soffiava dalla valle.

La stanza era intonacata di bianco e spoglia come la mia cella, a parte un gruppo di attrezzature mediche e di banchi di comando per ricetrasmittenti posto al centro. L’androide uscì e si chiuse alle spalle la pesante porta; impiegai qualche istante per accorgermi che fra tutte quelle apparecchiature c’era un essere umano.

Almeno, pensai che fosse un essere umano.

L’uomo si trovava su un lettino di flussoschiuma sospeso a mezz’aria e regolato per fungere da poltrona. Cannule, fleboclisi, cavetti di monitoraggio e tubicini che parevano di sostanza organica andavano dalle apparecchiature all’essere avvizzito seduto sul lettino.



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