
«Sono grandi per tenerci i biscotti,» disse, tirando fuori una grande scatola rosa che definì un portacereali. Ci infilò dentro un pezzo di pizza e mostrò come metterci il coperchio e sigillarlo per bene. «Ecco. Si mantiene per settimane. Anni. Dài. Ve ne serve uno. Scommetto che le mamme vi mandano biscotti tutti i giorni.»
Era al terzo anno. Era alto e magro, e quando si rimise indosso la giacca jeans umida, le maniche si erano accorciate e i polsi gli spuntavano fuori. Si era seduto vicino a Tib da un lato della sala ed Elizabeth si era messa dall’altro. Aveva parlato quasi tutta la sera con Tib, e al momento di pagare il conto si era piegato verso di lei e le aveva bisbigliato qualcosa. Elizabeth era sicura che le stesse chiedendo di uscire con lui, ma sulla via del ritorno Tib le aveva detto: «Sai cosa voleva, no? Il tuo numero di telefono.»
Elizabeth si alzò in piedi e si rimise la giacca. Restituì la penna alla ragazza col maglione e la gonna. «Credo che lo riempirò a casa, poi lo riporto.»
«Va bene,» disse la ragazza.
Quando Elizabeth uscì fuori di nuovo, aveva smesso di piovere. Gli alberi sgocciolavano ancora, con grandi gocce che picchiettavano sul viale bagnato. Camminò lungo il largo viale centrale verso il suo vecchio dormitorio, guardando dove metteva i piedi in modo da non calpestare nessun verme. Il dormitorio era diventato l’infermeria dell’università. Si fermò e rimase per un po’ sotto la finestra centrale, guardando in alto verso la stanza che era stata sua e di Tib.
Tupper si era piazzato sotto la finestra e si era messo a tirare dei sassolini. Tib aveva aperto la finestra e aveva urlato: «Smettitela di tirare sassi, altrimenti…» Qualcosa la colpì al petto. «Oh, ciao, Tupper…» disse, e lo raccolse dal pavimento passandolo poi a Elizabeth. «È per te,» disse. Non era un sassolino. Era un aggeggio di plastica rosa, uno degli omaggi che distribuiva alle riunioni Tupperware che organizzava.
