— Sì — disse Trevize. — Esattamente! Ho scelto Gaia, un superorganismo; un intero pianeta con una mente ed una personalità in comune, che obbliga a ricorrere a un pronome inventato “Io/noi/Gaia” per esprimere l’inesprimibile. — Prese a passeggiare per la stanza irrequieto. — Ed alla fine diventerà Galaxia, un super-superorganismo che abbraccerà tutti gli sciami stellari della Via Lattea.

Si arrestò, si voltò ed aggredì rabbiosamente Dom, dicendo: — Sento di avere ragione, come lo sentite voi, ma voi volete l’avvento di Galaxia, quindi siete soddisfatti della decisione. Invece in me c’è qualcosa che non vuole l’avvento di Galaxia, e per questo motivo non mi accontento di accettare tanto facilmente la correttezza del mio atto. Voglio sapere perché abbia deciso così, voglio soppesare e valutare bene prima di ritenermi soddisfatto. La sensazione di avere ragione non mi basta. Come posso sapere di avere ragione? Qual è il meccanismo che mi guida nel modo giusto?

— Io/noi/Gaia non sappiamo in che modo tu giunga alla decisione giusta. È proprio importante saperlo, dal momento che abbiamo comunque la decisione necessaria?

— Parli per l’intero pianeta, vero? Per la coscienza comune di ogni goccia di rugiada, di ogni sasso, persino del nucleo liquido del pianeta?

— Sì, potresti ottenere la stessa risposta da qualsiasi parte del pianeta in cui l’intensità della coscienza comune sia abbastanza grande.

— E tutta questa coscienza comune si accontenta di usarmi come una scatola nera? Dato che la scatola nera funziona, è superfluo sapere cosa ci sia dentro? A me non sta bene. Non mi piace essere una scatola nera. Voglio sapere cosa ci sia dentro, io. Voglio sapere perché ho scelto Gaia e Galaxia come futuro, altrimenti non potrò tranquillizzarmi e stare in pace.

— Ma perché disprezzi o diffidi tanto della tua decisione?



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