
Trevize respirò a fondo e disse lentamente, con voce vigorosa: — Perché non voglio far parte di un superorganismo, non voglio essere una parte superflua di cui disfarsi quando il superorganismo riterrà che sia un’azione utile per il bene della totalità.
Dom guardò Trevize pensoso. — Vuoi cambiare la tua decisione, allora, Trev? Puoi farlo, lo sai.
— Vorrei tanto cambiarla, ma non posso farlo semplicemente perché è una decisione che non mi piace. Per fare qualcosa adesso, devo sapere se la decisione sia giusta o sbagliata: non basta avere la sensazione che sia giusta.
— Se hai la sensazione di avere ragione, allora hai ragione. — Sempre quella voce lenta e pacata, in netto contrasto con l’agitazione interiore di Trevize, che proprio per questo lo faceva imbestialire ancor di più.
D’un tratto, sottraendosi all’oscillazione insolubile tra sentire e sapere, Trevize mormorò: — Devo trovare la Terra.
— Perché ha qualcosa a che fare con questo tuo travolgente bisogno di sapere?
— Perché è un altro problema che mi assilla in modo insopportabile, e perché ho la sensazione che ci sia un collegamento tra le due cose. Sono o non sono una scatola nera? Sento che ci sia un legame: non è sufficiente perché tu accetti il fatto così com’è?
— Forse — disse Dom, con serenità.
— Sono ormai migliaia di anni, forse ventimila anni, che gli abitanti della Galassia non si interessino della Terra: com’è possibile che abbiamo dimenticato il nostro pianeta d’origine?
— Ventimila anni sono un periodo di tempo molto lungo. Ci sono molti aspetti degli inizi dell’Impero di cui sappiamo pochissimo; molte leggende che sono quasi sicuramente irreali ma che noi continuiamo a ripetere, arrivando addirittura a crederci, perché non abbiamo nulla di valido con cui sostituirle. E la Terra è molto più vecchia dell’Impero.
