
Abraham Merritt
Gli abitatori del miraggio
IL LIBRO DI KHALK’RU
I
SUONI NELLA NOTTE
Alzai la testa, per ascoltare non soltanto con le orecchie ma con ogni centimetro quadrato della mia pelle, attendendo il ripetersi del suono che mi aveva svegliato. C’era silenzio, un silenzio assoluto. Non si udiva il minimo fruscio tra i rami degli abeti che sorgevano fitti intorno al piccolo accampamento, né il minimo agitarsi di animaletti furtivi nel sottobosco. Attraverso le guglie degli abeti, le stelle brillavano fioche in quel breve crepuscolo fra il tramonto e l’alba che era la notte estiva in Alaska.
Un vento improvviso piegò le cime degli abeti, e portò di nuovo il suono… il clangore di un’incudine percossa.
Sgusciai fuori dalla mia coperta, girai intorno alle braci morenti del fuoco per raggiungere Jim. La sua voce mi fermò.
«Sì, Leif. L’ho sentito.»
Il vento sospirò e morì, e con il vento morirono i riverberi ronzanti del colpo sull’incudine. Prima che potessimo parlare, tornò a levarsi il vento. Portava l’eco di quel suono… fievole e molto lontano, E poi di nuovo morì il vento, e con il vento il suono.
«Un’incudine, Leif!»
«Ascolta!»
Una raffica più forte fece ondeggiare gli abeti. Trasportava una cantilena lontana: molte voci, di donne e di uomini, che cantavano uno strano coro soffuso. Il canto si concluse con un accordo lamentoso, arcaico, dissonante.
Vi fu un lungo rullo di tamburi, che salì in un rapido crescendo e poi cessò bruscamente. E poi una confusione, clamorosa e sottile.
Fu schiacciata da un rombo sommesso e sostenuto, come di tuono, smorzato dalla lontananza. Sapeva di sfida.
Attendemmo, ascoltando. Gli abeti erano immoti. Il vento non tornò.
«Che suoni strani, Jim.» Cercai di parlare con noncuranza.
