Lui si levò a sedere. Un fuscello si accese, fra le braci morenti, e con la sua luce fece spiccare il volto di Jim contro il buio: magro, bruno, aquilino. Non mi guardava.

«Tutti gli antenati piumati degli ultimi venti secoli si sono destati e gridano! È meglio che tu mi chiami Tsantawu, Leif. Tsi’ Tsa’lagi… Io sono un Cherokee! Ora… sono interamente indiano!»

Sorrideva, ma continuava a non guardarmi, ed io ne ero lieto.

«Era un’incudine,» dissi io. «Un’incudine maledettamente grande. E centinaia di persone che cantavano… e come è possibile, in questa desolazione… e non sembravano indiani…»

«I tamburi erano indiani.» Jim si accosciò davanti al fuoco, fissandolo. «Quando si sono scatenati, qualcosa ha suonato un pizzicato con dei ghiaccioli su e giù per la mia spina dorsale.»

«Hanno colpito anche me… quei tamburi!» Credevo che la mia voce fosse ferma, ma lui mi squadrò attento: ora fui io a deviare lo sguardo per fissare le braci. «Mi hanno ricordato qualcosa che ho udito… e creduto di vedere… in Mongolia. Ed anche il canto. Accidenti, Jim, ma perché mi stai fissando in quel modo?»

Gettai un ramoscello nel fuoco. Non seppi trattenermi dal frugare con lo sguardo nell’ombra, quando prese fuoco. Poi affrontai deciso gli occhi di Jim.

«Era un brutto posto, eh, Leif?» mi chiese lui, senza alzare la voce.

Non dissi nulla. Jim si alzò e si avvicinò agli zaini. Tornò indietro portando dell’acqua e la gettò sul fuoco. Poi, a calci, coprì di terra i carboni sibilanti. Se anche mi vide rabbrividire quando le ombre si avventarono su di noi, non me lo fece capire.

«Quel vento veniva da Nord,» disse. «Quindi, i suoni venivano di là. Perciò, qualunque cosa abbia prodotto quei suoni è a Nord, rispetto a noi. Tenuto conto di questo… da che parte ci dirigiamo, domani?»

«A Nord,» risposi io.

Mi s’inaridì la gola, quando lo dissi.



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