L’infermiera Washington diede prova della sua professionalità comparendo proprio in quell’istante sulla soglia della sala. Ovviamente aveva ascoltato tutta la conversazione. Un’infermiera davvero brava non lasciava mai al caso simili faccende.

«Qui dentro non c’è altro da vedere?» chiese Lizbeth.

Svengaard percepì il tono supplichevole della donna, notò il modo in cui lei evitava di posare lo sguardo sulla vasca. Tutto il proprio disprezzo, represso fino a quel momento, esplose in un commento sferzante, «Cos’altro vorrebbe vedere, Ms. Durant? Sicuramente non si sarà aspettata di vedere la morula.»

Harvey tirò la moglie per un braccio. «Grazie, Dottore.»

Ancora una volta gli occhi della donna scrutarono la sala, sempre evitando la vasca. «Sì, grazie per averci mostrato… questa stanza. Mi rincuora enormemente vedere quanto siete… per qualunque emergenza.» I suoi occhi indugiarono sul lavabo.

«Ma si figuri,» rispose il Dottor Svengaard. «L’infermiera Washington vi fornirà la lista dei nomi permessi. Potreste occupare parte del tempo scegliendo un nome per vostro figlio, se non l’avete già fatto.» Rivolse un cenno all’infermiera. «Accompagni i Durant nella Sala Cinque, per favore.»

L’infermiera disse, «Prego, se hanno la cortesia di seguirmi?» Si voltò con quell’aria di impazienza indaffarata che Svengaard era giunto a credere tutte le infermiere acquistassero una volta ricevuti i loro diplomi. I Durant vennero risucchiati nella sua scia.

Svengaard tornò a voltarsi verso la vasca.

C’era tanto da fare — Potter, lo specialista della Centrale, sarebbe arrivato entro un’ora… e non sarebbe stato troppo contento di avere degli spettatori.



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