Sospettava di nutrire ancora delle speranze. Esse affondava nello stesso humus da cui scaturivano le voci incontrollate, i ciarlatani della procreazione, il mercato nero di sostanze fecondanti, la vendita di immaginette dell’Optimate Calapine, in base alla voce infondata che quest’ultima avesse prodotto un embrione fertile. Era lo stesso sentimento che spingeva i fedeli a consumare i grossi alluci degli idoli di fertilità a furia di baci.

La sua espressione di commiserazione divenne un sogghigno cinico. Illusi! Se soltanto sapessero la verità.

«È al corrente che i Durant assisteranno?» gli chiese l’infermiera.

Potter sollevò la testa di scatto e la fissò con sguardo rabbioso.

«In ospedale lo sanno tutti,» proseguì lei. «La Sicurezza è già stata avvertita. I Durant sono stati controllati, e adesso si trovano nella Sala Cinque, che possiede un collegamento video a circuito chiuso con il laboratorio.»

Potter fu invaso dal furore. «Dannazione! È mai possibile che nessuno in questo stupido posto sappia fare le cose per bene?»

«La prego, Dottore,» ribatté l’infermiera con tono freddo. «Non è il caso di arrabbiarsi in questo modo. I Durant hanno invocato la legge. Questo ci lega le mani e lei lo sa benissimo.»

«Al diavolo quella stupida legge!» imprecò Potter, ma ormai si era calmato. La legge! pensò. Ancora quella pagliacciata. Tuttavia, dovette ammettere che era necessaria. Senza la Legge Pubblica 10927, la gente avrebbe potuto iniziare a porsi le domande sbagliate. E senza dubbio Svengaard aveva fatto del suo meglio per dissuadere i Durant.

Potter abbozzò un sorriso di scusa. «Mi dispiace di essere scattato a quel modo. Ho avuto una settimana pessima.» Sospirò. «Proprio non capiscono.»

«Vuole consultare qualche altro documento, Dottore?» chiese l’infermiera.



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