Svengaard sedette dall’altro lato della scrivania, all’apparenza tanto arrabbiato quanto spaventato. «Le dico che sono stati controllati,» insisté. «Su di loro non abbiamo rilevato alcun dispositivo insolito. Non avevano alcunché di anormale.»

«Ma hanno insistito per assistere,» ribatté Potter. Scosse il comunicatore. «Cosa stanno facendo questi imbecilli?»

Svengaard gli ricordò, «Ma la legge…»

«Al diavolo la legge!» esclamò Potter. «Sa bene quanto me che potremmo far passare il segnale video proveniente dal laboratorio attraverso un computer dotato di simulatori ottici, in modo da far vedere ai genitori qualunque cosa vogliamo. Le è mai capitato di chiedersi perché non lo facciamo?»

«Perché… loro… ahh.» Svengaard scosse il capo. Quella domanda l’aveva colto di sorpresa. Perché non agivano in quel modo? Le statistiche dimostravano che un certo numero di genitori avrebbe comunque insistito per assistere e…

«Ci abbiamo provato,» gli rivelò Potter. «E, in qualche modo, i genitori si sono accorti che il nastro era stato manipolato dal computer.»

«Come?»

«Lo ignoriamo.»

«Ma i genitori non sono stati interrogati?»

«Si sono suicidati.»

«Suicidati — e come?»

«Non sappiamo neppure questo.»

Svengaard tentò di deglutire, ma improvvisamente aveva la gola arida. Iniziava ad intuire che la Sicurezza era davvero preoccupata, dietro l’apparente e monolitica facciata di tranquillità. «Ma la percentuale statistica di…»

«Al diavolo le statistiche!» ruggì Potter.

Una voce maschile e autoritaria provenne dal comunicatore: «Con chi sta parlando?»

Potter guardò lo schermo e rispose, «Con Sven. Questo embrione vitale per cui mi ha chiamato…»



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