
Anche Lizbeth annuì, ma più lentamente. Sapeva fin troppo bene qual era il loro scopo principale, ma quello nella vasca rimaneva pur sempre suo figlio.
«È sicuro,» chiese, lanciando di proposito un’esca a Svengaard, «che non soffrirà?»
Quella domanda assurda, scaturita dalla necessaria ignoranza in cui veniva mantenuta la Gente, fece infuriare il Dottor Svengaard. Sapeva di dover troncare il più presto possibile quella conversazione. Ciò che avrebbe potuto dire continuava ad interferire con ciò che doveva dir loro.
«L’ovulo fertilizzato non possiede terminazioni nervose,» replicò seccamente. «Ha meno di tre ore di vita, e la sua crescita viene ritardata mediante inalazione controllata di nitrato. Nel suo caso, parlare di sofferenza è semplicemente assurdo.»
Sapeva che per quei due i termini tecnici non avevano alcun significato, tranne quello di sottolineare ancor più l’enorme distanza che correva tra dei semplici genitori e un bioingegnere submolecolare.
«Immagino di aver detto una vera sciocchezza,» si schermì Lizbeth. «L’ov… è così semplice, non è ancora un essere umano.» Ma con le dita segnalò a Harvey, «Che sciocco è costui! Con lui, è come leggere i pensieri di un bambino.»
La pioggia ballò una tarantella sul lucernario. Svengaard attese che finisse, poi ribatté: «Ah, ora cerchiamo di non travisare.» Pensò che non poteva esserci momento più adatto per dare una rinfrescata alla loro scarsissime nozioni sull’argomento. «Il vostro embrione può anche avere meno di tre ore di vita, ma contiene già ogni enzima base di cui avrà bisogno non appena si sarà sviluppato appieno. In effetti si tratta di un organismo enormemente complicato.»
