
Harvey lo fissò con una finta espressione di soggezione di fronte alla mente eccelsa di un uomo che riusciva a comprendere misteri quali la formazione e il modellamento della vita.
Lizbeth lanciò una rapida occhiata alla vasca.
Due giorni prima, alcuni gameti selezionati, suoi e di Harvey, immersi in una stasi artificiale, erano stati uniti, e lasciati liberi di dar via ad una mitosi limitata. Quest’ultimo processo aveva creato un embrione fertile — cosa rara in un mondo in cui soltanto pochi, accuratamente selezionati, non erano sottoposti al gas contraccettivo, dunque liberi di procreare, e tra quest’ultimi ancor meno individui producevano embrioni fertili. Non era ritenuto necessario che Lizbeth comprendesse il processo nei suoi minimi particolari, e lei aveva sempre dovuto nascondere il fatto che fosse pienamente in grado di farlo. Essi — gli Optimati della Centrale — eliminavano spietatamente qualsiasi minaccia, per quanto piccola, alla loro supremazia. E per loro, la minaccia peggiore era che la conoscenza cadesse nelle mani sbagliate.
«Adesso… quant’è… grande?» chiese Lizbeth.
«Ha un diametro di un decimo di millimetro,» rispose Svengaard. Concesse ai suoi lineamenti di rilassarsi in un sorriso. «È una morula e, in epoca primitiva, non avrebbe ancora compiuto il tragitto verso l’utero. Questo è il momento in cui è più sensibile al trattamento. Dobbiamo operare su di esso adesso, prima della formazione del trofoblasto.»
I Durant annuirono, pieni di soggezione.
Il Dottor Svengaard si crogiolò nel loro rispetto. Sapeva che le loro menti annaspavano, alle prese con definizioni che ricordavano a malapena, frutto della limitata istruzione che era stato permesso loro di conseguire. Le schede con i loro dati rivelavano che la donna era la bibliotecaria di un asilo, mentre l’uomo era un istruttore di giovani — nessuno dei due aveva avuto bisogno di un’istruzione particolarmente approfondita.
