Harvey toccò la vasca, ritrasse di scatto la mano. Il cristallo della vasca era caldo, percorso da leggere vibrazioni. E c’era il continuo thrap-thrap-thrap della pompa. Si rese conto che quel rumore fastidioso era provocato di proposito, lesse e interpretò, come gli era stato insegnato dall’Associazione, il comportamento di Svengaard, intuendo quanto fosse duplice, sotto l’apparente cortesia. Diede un’occhiata al laboratorio — tubi di vetro, armadietti grigi, angoli e curve di scintillante plasmeld, onnipresenti quadranti di apparecchiature, simili a occhi di creature che lo guatassero. Quel luogo odorava di disinfettante, e di altre sostanze chimiche più esoteriche. Nel laboratorio, tutto aveva un duplice scopo: essere perfettamente funzionale e instillare timore nei non iniziati.

Lizbeth si concentrò sull’unico oggetto di uso comune, di cui conosceva la funzione: un lavabo in porcellana smaltata dai rubinetti splendenti. Il lavabo era incastrato tra due misteriose costruzioni formate da spirali di vetro e blocchi di plasmeld grigio opaco.

Il lavabo turbò Lizbeth. Serviva a disfarsi della spazzatura. I rifiuti venivano macinati, prima di essere inviati nel sistema di recupero. Qualsiasi cosa, purché piccola, poteva essere gettata in un lavabo, per poi perdersi.

Per sempre.

Qualsiasi cosa.

«Non riuscirà a convincermi a non assistere,» dichiarò Lizbeth.

Dannazione! imprecò mentalmente Svengaard. C’era un tremito nella sua voce. Quella brevissima esitazione, quel tremito l’avevano tradita, contrastavano con l’atteggiamento risoluto della donna. Durante l’intervento di ingegneria genetica che l’aveva plasmata, il chirurgo aveva enfatizzato troppo il suo istinto materno… e non importava che, sotto ogni altro aspetto, avesse operato brillantemente.



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