
“Mi deve essere successo qualcosa.”
Quel qualcosa avrebbe potuto essere peggiore. Se fosse andato un po’ oltre, avrebbe fatto di lui una creatura senza mente, senza parola, ignara della sua essenza umana, di essere un uomo, una creatura della Terra. Invece gli era stata lasciata una certa coscienza.
Ma quando cercò di ricordare oltre le cognizioni basilari rimaste nel suo cervello, si trovò di fronte a una zona oscura e piena di orrori. “Vietato l’ingresso.” L’esplorazione nella sua mente poteva rivelarsi pericolosa come un viaggio verso… Verso dove? Non poté trovare un’analogia. Anche se sospettava che dovesse essercene una.
“Devo essere stato ammalato.”
Era la sola spiegazione ragionevole. Adesso era un uomo che doveva riordinare i ricordi. Una volta doveva aver saputo tutte quelle cose che ora poteva soltanto dedurre dal suo scarso bagaglio di cognizioni. Una volta doveva aver avuto chiare immagini di uccelli, alberi, amici, famiglia, della sua posizione, e forse di una moglie. Ora non poteva far altro che costruire teorie. Una volta doveva essere in grado di dire: “questo è molto simile a…” oppure: “questo mi ricorda…”. Ora, niente gli richiamava dei ricordi. Tutto era semplicemente fine a se stesso. Aveva perso ogni potere di critica o di paragone. E non poteva analizzare il presente paragonandolo alle esperienze del passato.
“Questo dev’essere un ospedale.”
Certo. Lo stavano curando. Abili dottori lo avevano certamente in cura per restituirgli la memoria, per ridargli un’identità, per risvegliare il suo senso critico, per dirgli chi era e quale fosse la sua professione. Era un’opera altamente meritoria, quella che stavano compiendo. Lacrime di gratitudine gli scesero dagli occhi.
Si alzò, e prese a camminare lentamente per la stanza. Si avvicinò alla porta e scoprì che era chiusa. Per alcuni istanti fu vittima del panico, ma si sforzò di controllarsi. Forse la porta chiusa era una precauzione. Forse aveva avuto una crisi di violenza.
