Be’, non sarebbe più successo. Ne avrebbe convinto i medici. Dovevano concedergli tutti i possibili privilegi del paziente. Ne avrebbe parlato col suo medico curante.

Aspettò. Dopo parecchio tempo udì dei passi avvicinarsi lungo il corridoio, dietro la porta. Si mise a sedere sulla sponda del letto e rimase in ascolto, cercando di vincere l’eccitamento che lo aveva preso.

I passi si fermarono proprio dietro la sua porta. Poi il battente si aprì e nel riquadro comparve il volto di un uomo.

«Come vi sentite?» domandò lo sconosciuto.

Lui si avvicinò alla porta e osservò l’uomo. Indossava un’uniforme bruna. Dopo un attimo d’incertezza, riconobbe l’oggetto che pendeva dalla cintura della divisa: un’arma.

Quell’uomo doveva essere una guardia.

«Potete dirmi come mi chiamo?» chiese alla fine.

«Quattrocentodue» rispose la guardia. «È il numero della vostra cella.»

Non gli piaceva. Ma 402 era meglio che niente.

«Sono stato ammalato per molto tempo?» chiese ancora. «Sto meglio, adesso?»

«Sì» rispose la guardia, senza convinzione. «La cosa importante è che stiate tranquillo. Obbedite agli ordini. È l’atteggiamento migliore.»

«Certo» disse 402. «Ma perché non mi ricordo niente?»

«Di solito succede così» disse la guardia. Poi si voltò per allontanarsi.

402 lo chiamò.

«Aspettate! Non potete lasciarmi così. Dovete dirmi qualcosa. Cosa mi è successo? Perché sono in quest’ospedale?»

«Ospedale?» La guardia si voltò verso 402 e rise. «Cosa vi ha fatto pensare che questo sia un ospedale?»

«L’ho immaginato.»

«Avete immaginato male. Questa è una prigione.»

402 ricordò il sogno dell’uomo assassinato. Sogno o ricordo? Disperato, tornò a chiamare la guardia.

«Di che cosa sono accusato? Cosa ho fatto?»



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