— Quella — disse Leo deglutendo, — è la più straordinaria malformazione di nascita che abbia mai visto. Qualcuno ha avuto un colpo di genio trovandogli un lavoro in assenza di gravità. A terra sarebbe stato semplicemente uno storpio.

— Malformazione di nascita. — Il sorrisetto di Van Atta si era tramutato in una smorfia. — Già, anche quello è un modo di descriverlo. Vorrei che avesse potuto vedere l’espressione della sua faccia quando si è trovato di fronte Tony. Congratulazioni per il suo autocontrollo. La prima volta che ho visto uno di loro, quasi mi sentivo male, eppure ero stato preparato. Ma ci si abitua in fretta a quegli scimmiotti.

— Perché, ce n’è più di uno?

Van Atta aprì e chiuse le mani, contando. — Un migliaio tondo. La prima generazione di nuovi super-operai della GalacTech. Il nome del gioco, Leo, è ingegneria genetica, e intendo vincere.

Tony, con la valigia di Leo stretta nella mano destra inferiore, sfrecciò tra Leo e Van Atta nel corridoio cilindrico, e con tre rapidi e abili tocchi sugli appigli, frenò davanti a loro.

— Signor Van Atta, mentre andiamo nella Sezione Visitatori, posso presentare il signor Graf a una persona? Non dovremmo deviare troppo: lavora agli Impianti Idroponici.

Van Atta protese le labbra apparentemente seccato, ma poi le aprì in un sorriso. — Perché no? Dopo tutto gli Impianti Idroponici erano in programma per la visita di oggi pomeriggio.

— Grazie, signore — esclamò Tony, e sfrecciò via con entusiasmo ad aprire il sigillo di un portello stagno che si trovava in fondo al corridoio, fermandosi a chiuderlo alle loro spalle dall’altra parte.

Leo concentrò la propria attenzione sull’ambiente che lo circondava, soluzione che gli parve più educata che quella di studiare di sottecchi il ragazzo.



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