
— Balle — si disse Louis, — sono appena reduce da un ritiro. — Venti anni fa.
Si stava avvicinando la mezzanotte. Louis trovò una cabina transfert, inserì la carta di credito nella scanalatura e compose la cifra per Teheran.
Emerse in una stanza piena di sole: — Che diavolo? — si chiese sbattendo le palpebre. La cabina trasfert doveva avere sballato. Non avrebbe dovuto esserci il sole a Teheran. Louis Wu si girò per ricomporre il numero, e rimase allibito.
Si trovava in una camera d’albergo assolutamente anonima: l’ambiente era tanto banale da suscitare una sensazione di disgusto.
Di fronte a lui, al centro della stanza, c’era qualcosa che non aveva nulla di umano né di umanoide. La cosa stava ritta su tre gambe e osservava Louis Wu da due direzioni, per mezzo di due teste piatte poste su colli esili e flessibili. Quasi tutta la pelle che ricopriva il suo incredibile corpo era chiara e morbida come quella di un guanto; ma dai due colli una scura criniera, folta e ruvida, scendeva lungo la spina dorsale fino a coprire la complessa attaccatura dell’anca con la gamba posteriore. Le due gambe anteriori, molto divaricate, formavano quasi un triangolo equilatero con i minuscoli zoccoli artigliati.
Louis immaginò trattarsi di un animale alien. Non poteva esserci posto per un cervello, in quelle teste piatte. Tuttavia notò la gibbosità che spuntava tra la base dei colli, dove la criniera diventava una specie di folta zazzera protettiva… e un ricordo vecchio di centottant’anni gli fluttuò nella memoria.
Quella creatura era un burattinaio. Un burattinaio di Pierson. Il suo cervello e il cranio erano situati sotto la zazzera. Non si trattava di un animale; al contrario, era dotato di un’intelligenza pari almeno a quella di un uomo. E i suoi occhi, uno per testa, incassati in orbite profonde, fissavano Louis Wu da due direzioni.
