
Si diressero verso un piccolo aeroporto privato, mentre il sole rosso, enorme, calava verso l’orizzonte deserto. Un jet sottile, a due reattori, era in attesa.
— Un momento! — gridò Lou, mentre la macchina si fermava accanto all’aereo. — Conosco i miei diritti. Non potete…
Lo sceriffo non gli badò. Scese dall’auto e, con un gesto d’impazienza, indicò l’aviogetto. Lou scese a sua volta e si guardò attorno. Nelle ombre lunghe del tardo pomeriggio, l’aeroporto sembrava deserto. Ci sarà pure qualcuno, nella torre di controllo. Ma non vide nessuno, né nei capannoni, né intorno ai piccoli aerei allineati in perfetto ordine al limite della pista.
— Ma è insensato! — disse.
Lo sceriffo tornò a indicare col pollice il reattore. Lou, con una scrollata di spalle, si diresse verso il portello aperto e salì. A bordo non c’era nessuno. I quattro comodi sedili del compartimento erano vuoti. La cabina di pilotaggio era chiusa. Appena lo sceriffo ebbe chiuso il portello e si furono legati ai loro posti, i motori del jet si avviarono e l’apparecchio decollò.
Volarono altissimi, lasciandosi alle spalle il sole, nel cielo pomeridiano. Lou vide le ali del jet ritrarsi al momento di entrare nella fase di volo supersonico; dopo di che l’apparecchio sfrecciò in direzione est, mentre il sole al tramonto proiettava lunghe ombre sulla terra, lontanissima. Lo sceriffo pareva essersi assopito, e a Lou non restava che guardare il paesaggio che sfilava sotto di loro. Sorvolavano le Montagne Rocciose, talmente lontane che sembravano piccole increspature del terreno. Il Mississippi aveva l’aspetto di un serpente grigio, tormentato, che si snodava da un orizzonte all’altro. L’apparecchio continuava nella sua corsa, in gara con le ombre del tramonto.
Il sole era ancora leggermente al di sopra dell’orizzonte quando il reattore prese terra all’aeroporto JFK. Lou, che c’era già stato una volta, lo riconobbe dall’alto. Il loro jet, comunque, atterrò all’estremità della pista, e si fermò di fronte a un elicottero in attesa.
