
Gli venne in mente la sua São Paulo, dov’era nato, e che ormai si allargava come una piaga infetta, dal fiume fino al mare, livellando le colline, spazzando via la foresta, scoppiando sotto un numero inverosimile di abitanti, al punto che neanche i calcolatori del Centro di Controllo Demografico erano in grado di tenervi dietro. Chi aveva un po’ di buon senso evitava di mettere piede, di propria volontà, nel cuore di São Paulo, come, del resto, in qualsiasi altra grande città della Terra. Era impossibile che un essere umano vivesse nelle viscere formicolanti di una metropoli senza impazzire.
Eppure, quanto si erano dati da fare per salvare le città! E come avevano lavorato sodo per rendere il mondo stabile e sicuro.
Sul tavolo, il citofono ronzò.
— Pronto? — Il Presidente passò automaticamente dalla lingua portoghese in cui formulava i suoi pensieri all’inglese, lingua ufficiale del governo mondiale.
La segretaria capì al volo di che umore era e invece della solita aria cordiale assunse un’espressione seria. — Sono arrivati, signore.
Un cenno di assenso. — Molto bene. Fateli passare.
Sei uomini e due donne entrarono nel grande ufficio e andarono a prendere posto al tavolo delle conferenze; le due donne si sedettero in fondo al tavolo, dalla parte delle vetrate, vicino alla sedia del Presidente. Non avevano con sé né fogli né borse. Ogni posto era dotato di un piccolo citofono e di uno schermo, collegati con il calcolatore centrale.
Sono giovani energici, pensava il Presidente. Sanno perfettamente che cosa si deve fare e hanno la forza per farlo. Appena questa faccenda sarà sistemata, mi ritirerò.
