Prese posto, a malincuore, a un’estremità del lucidissimo tavolo di mogano. Gli altri rimasero in silenzio, aspettando che prendesse la parola. Nella stanza, l’unico rumore udibile era il fruscio quasi impercettibile del nastro dell’elaboratore.

Il Presidente si schiarì la voce. — Buongiorno. Lunedì scorso abbiamo discusso la situazione e voi mi avete comunicato i suggerimenti. Vi ho chiesto di prendere in considerazione le possibili alternative. Dalle espressioni delle vostre facce, si direbbe che non è stata trovata un’alternativa valida.

Si voltarono tutti verso il Ministro della Sicurezza, Vassily Kobryn, un uomo tarchiato, dalla faccia tonda. Il ministro aveva un fisico da atleta, pelle abbronzata, capelli scuri, corti e ispidi, spalle e braccia muscolose.

Kobryn, muovendosi sulla sedia con un certo disagio, disse: — A quel che vedo, sono stato scelto io per assestare il colpo. — Aveva una voce bassa e vibrante e un leggerissimo accento slavo. — E va bene… è stata una mia idea, inizialmente. Abbiamo preso in considerazione tutte le possibilità, affidando ogni singolo caso agli elaboratori. L’unica soluzione sicura è mandarli in esilio. Perpetuo.

— In Siberia — mormorò una delle donne.

— No, non in Siberia — rispose Kobryn, che l’aveva presa alla lettera. — È troppo popolata. Ci sono troppe città, troppe fattorie perché si tratti di un esilio effettivo. No, l’unico posto possibile è la nuova stazione spaziale. È sufficientemente grande e assicurerà un isolamento completo.

Rolf Bernard, il Ministro delle Finanze, scosse la testa. — Continuo a non essere d’accordo. Duemila scienziati, tra i più eminenti della Terra…

— Oltre le mogli e le famiglie — aggiunse il Presidente.

— Ma voi, che cosa preferireste? — scattò Kobryn. — Una pallottola piantata nel cranio di ciascuno di loro? O li lascereste fare, in modo che distruggano tutto quello per cui abbiamo lavorato?



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