
— Forse, se si parlasse con loro…
— Non servirebbe — disse Eric Mottern, il taciturno Ministro della Tecnologia. — Anche ammesso che vogliano collaborare con noi, non è possibile impedire alle idee di trapelare. E una volta che l’idea di un’ingegneria genetica si diffonda…
— Il mondo ne verrà sconvolto — disse il Presidente. Parlava con voce appena percettibile, ma sentirono tutti. Con un sospiro confessò: — Ho riflettuto sul problema. Ho cercato un’alternativa. Non ne esistono. L’esilio è l’unica risposta possibile.
— Allora è approvato. Bene! — disse Kobryn.
— No, non bene — disse il Presidente Generale. — Tutt’altro che bene. Approvando questa soluzione, noi ammettiamo il nostro fallimento. Ammettiamo la paura, il terrore. Siamo atterriti davanti a un’idea nuova, a una scoperta scientifica nuova. Il governo mondiale, i protettori della pace e della stabilità, si vedono costretti a mandare in esilio alcune delle menti più eccelse del mondo. È una cosa terribile, tremenda.
II
Lou Christopher si appoggiò allo schienale della sedia e posò i piedi sul tavolo: era la sua posizione preferita per pensare. Teneva sulle ginocchia una tavoletta e una penna. Benché fosse preoccupato e perplesso, la sua faccia non lo rivelava affatto. Sembrava, più che altro, irritato.
Attraverso il divisorio in plastiglass, che costituiva una parete del suo ufficio, Lou teneva d’occhio Ramo, l’elaboratore principale dell’Istituto, che quando era in funzione era tutto un lampeggiare di quadranti e luci-spia.
Forza, Ramo, pensò, vediamo di farcela, stavolta.
Lou, mentre guardava il piccolo schermo sulla scrivania, tamburellava nervosamente con la penna sulla tavoletta. In quel momento, lo schermo era vuoto. Poi…
— Mi dispiace — disse Ramo con una voce calda e baritonale, che scendeva dall’altoparlante sistemato nel soffitto, — ma le permutazioni possibili sono ancora di tre ordini di grandezza superiori alle mie istruzioni programmate.
