«Qui non c’è niente d’irregolare, Jal», riferì l’uomo infine.

«Satin?» L’interrogativo di Jal era diretto a qualcuno dietro le spalle di Rheba.

La ragazza si volse e vide con una certa sorpresa la bellissima negra che le aveva rivolto la parola poco tempo prima. Le si stava accostando, e la fissava con occhi socchiusi.

Quale che fosse l’esame a cui Satin le stava sottoponendo, esso fu brevissimo. La negra ebbe un gesto d’incertezza. «È quasi certamente una PSI, ma … nessun blocco anti-PSI è stato forzato». La fissò con franca curiosità. «Sei strana, tu. Da dove vieni, ragazza?»

«Da un pianeta chiamato Fortuna, nella costellazione della Dea Bendata».

Satin esplose in una vibrante risata, ironica e divertita nello stesso tempo. Si mosse a passi flessuosi verso Jal, e lo fissò in un silenzio che era un’attesa e una sfida insieme. L’uomo stava però guardando Rheba con occhi duri e ostili.

«Quando avevate di fronte una semplice Innocua, vi disgustava parlarle, Mercante Jal», disse lei. «Ora siete sul punto di scendere da quel trono fasullo … Ma potreste risparmiarvelo, se solo mi deste l’informazione che cerco».

«La tua lingua avrebbe bisogno d’essere spuntata, cagna!», ringhiò l’individuo.

«Questa è la quarta cosa che abbiamo in comune: anche la vostra lingua osa troppo. Vi consiglio di accettare un’offerta onesta».

«E pretendi di lasciarmi al mio posto, in cambio? Che stupida illusione. Tu non vali la metà di quel che credi, piccola imbrogliona dai capelli biondi».

«Allora che ne dite di una scommessa a parte?»

Jal parve interessato. «Sentiamo: cosa metti in palio?»

«Risposte».

«Troppo vago. Diciamo invece … tre settimane di servitù».

Rheba esitò. Se avesse vinto lei, Jal sarebbe stato costretto a servirla praticamente in qualità di schiavo per tre settimane, ma l’idea che l’uomo avrebbe disposto di lei nello stesso modo per un periodo così lungo non era accettabile. Le conveniva pensare bene a quel che stava rischiando.



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