Vide Ultimo. Poi vide su un tavolo il suo stesso droud, il congegno con il quale poteva collegare il proprio cervello a una qualsiasi presa elettrica. L’aveva distrutto, l’aveva dato a Chmeee e aveva guardato lo Kzin farlo a pezzi. Perciò era un congegno di ricambio. Un’esca per lui, droud-dipendente. Si toccò la nuca, fra i capelli, sotto il codino. Innesta il droud, pensò, lascia che la corrente elettrica ti scorra nel centro del piacere… non trovò la presa.

Scoppiò a ridere. Era sparita! Le nanomacchine dell’automed gli avevano ricostruito il cranio senza una presa per il droud. Rifletté su quella scoperta. Prese il droud. Se sei confuso, pensò, trasmetti un messaggio che confonda l’avversario.

Ultimo sembrava uno sgabello ingemmato, con le tre gambe e tutt’e due le teste infilate per protezione sotto il tronco. Louis sorrise. Venne avanti, affondò la mano nella chioma ornata di gioielli e scosse il burattinaio rincantucciato per la paura.

— Non toccare niente!

Louis trasalì. La Voce fu un’esplosione di musica di contralto, quella di Ultimo, con il volume alzato, e si espresse in Interlingua. — Dimmi cosa desideri, ma non toccare niente.

La Voce di Ultimo, in realtà il pilota automatico della Needle, lo conosceva, conosceva come minimo la sua lingua e non l’aveva ucciso. Louis ritrovò la parola. — Mi aspettavi?

— Sì. Ti do libertà limitata in questo ambiente. C’è una presa di corrente vicino al…

— No. Voglio fare colazione. — A un tratto sentiva le proteste del proprio stomaco. — Ho bisogno di cibo.

— Qui non c’è cucina adatta alla tua specie.

Una bassa rampa girava intorno alle pareti e portava ai piani superiori. — Tornerò — disse Louis.



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