Il guardiano e l’uomo di Dio

Nella terra di Traffing, nel pieno dell’inverno, una figura con un mantello bianco camminava come un fantasma sulla neve. Il guardiano della fortezza del Conte tremò di paura, finché non vide che era un uomo, con la faccia arrossata per il freddo, le mani infilate in una coperta arrotolata per tenerle calde. I fantasmi non hanno nulla da temere dal freddo, la guardia lo sapeva, e così apostrofò l’uomo piuttosto rudemente, perché prima l’aveva spaventato.

— Cosa vuoi? È quasi buio, e noi non lavoriamo il giorno della Festa della Cerva.

— Vengo da parte di Dio — disse l’uomo. — Ho un messaggio per il Conte.

Il guardiano si arrabbiò. Ne aveva sentito parlare di questo Dio, i cui preti erano così arroganti che negavano perfino le Dolci Sorelle, perfino il Cervo, benché la gente conoscesse la loro potenza da molto più tempo di questa nuova divinità. — Vorresti bestemmiare contro la Signora del Cervo?

— Le vecchie cose sono finite — disse l’Uomo di Dio.

— Tu sei finito se non te ne vai! — gridò il guardiano.

L’Uomo di Dio si limitò a sorridere. — Naturalmente tu non mi conosci — disse. E d’improvviso, di fronte agli occhi del guardiano, l’Uomo di Dio allungò le mani supplichevolmente e la spranga della porta si spezzò in due e la porta si spalancò di fronte a lui.

— Non gli farai del male? — chiese il guardiano.

— Non tremare così — disse l’Uomo di Dio. — Vengo per il bene di tutta Burland.

Veniva da parte del Re, allora? Il guardiano odiava il Re abbastanza per sputare nella neve, malgrado la paura per quell’uomo che apriva le porte senza toccarle. — Il bene di Burland non è mai il bene di Traffing.



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