
Gli occhi lo salvarono. Ciò che continuavano a vedere e a riportargli con insistenza lo fece uscire dall’autismo del terrore. Ora sullo schermo compariva una strana vista, un grande, pallido pianoro di pietra. Era il deserto, visto dalle montagne che dominavano la Valle Grande. Come era tornato alla Valle Grande? Cercò di dire a se stesso che era su un velivolo. No, su una nave spaziale. Il bordo del pianoro brillava con la lucentezza della luce sull’acqua, della luce che giunge dall’altra sponda di un mare lontano. Non c’era acqua in quei deserti. Che cosa stava osservando, allora? Il pianoro di pietra non era più un piano, ma una cavità, una grossa tazza piena di luce. Mentre la guardava meravigliato, divenne meno profonda, e versò fuori del bordo la sua luce. D’improvviso una linea l’attraversò: una linea astratta, geometrica, la perfetta sezione di un cerchio. Al di là di quell’arco c’era l’oscurità. E l’oscurità rovesciò l’intera immagine, facendola diventare negativa. La parte reale, la parte di pietra, non era più concava e piena di luce, bensì convessa, e rifletteva, rimandava la luce. Non era né un piano né una tazza, ma una sfera, una palla di pietra bianca che cadeva nell’oscurità, che s’allontanava. Era il suo mondo.
— Non capisco — disse a voce alta.
Qualcuno gli rispose. Per qualche tempo non riuscì a comprendere che la persona ferma accanto alla sua poltroncina si rivolgeva a lui, gli rispondeva: in quel momento non sapeva più che cosa fosse una risposta. Era chiaramente consapevole di una cosa soltanto: il suo totale isolamento. Il mondo gli era caduto via da sotto i piedi, ed egli era rimasto solo.
