
I portelli della nave si chiusero. La squadra della Difesa tornò indietro, portando con sé il collega morto; non fecero alcun tentativo di fermare i primi della folla che correva di gran carriera verso la nave, anche se la caposquadra, pallida per l’ira e lo shock, li maledì mentre le passavano davanti, ed essi deviarono per evitarla. Una volta giunti alla nave, i capintesta della folla si dispersero e rimasero fermi, irresoluti. Il silenzio della nave, gli imprevisti movimenti dei grandi, scheletrici paranchi, lo strano aspetto calcinato del terreno, l’assenza di ogni cosa costruita su scala umana, li disorientarono. Un soffio di vapore o di gas di qualche ordigno connesso con la nave ne fece sobbalzare alcuni; alzarono gli occhi con inquietudine verso i razzi, spalancati sopra di loro come grandi tunnel oscuri. Una sirena emise un fischio di avvertimento, lontano, dall’altra parte del campo. Prima una persona, poi un’altra, cominciarono a ritornare al muro e al passaggio. Nessuno le fermò. In dieci minuti il campo rimase vuoto; la folla si disperse a gruppetti lungo la strada per Abbenay. E parve che non fosse successo nulla, dopotutto.
All’interno della nave Pensiero stavano succedendo molte cose. Poiché il centro di Controllo aveva anticipato l’orario della partenza, tutte le routine dovevano essere eseguite di corsa. Il capitano aveva ordinato di legare il prigioniero con le cinture di sicurezza e di chiuderlo nel quadrato dell’equipaggio, insieme con il medico, per toglierseli dai piedi tutt’e due. C’era un teleschermo, nel quadrato, e se desideravano guardare il decollo, potevano guardarlo da lì.
Il passeggero osservava lo schermo. Vedeva il campo, e il muro che lo circondava, e lontano, al di là del muro, le pendici dei Ne Theras, punteggiati di holum cespugliosi e di rade, argentee spine di luna.
Tutto questo, d’improvviso, si precipitò verso il basso con vertiginosa rapidità. Il passeggero si sentì premere la testa contro l’appoggio imbottito. Era come l’esame del dentista: la testa tirata all’indietro, la mascella tenuta aperta con la forza. Non riusciva a prendere il fiato, si sentiva male, si sentiva sciogliere le budella per la paura. L’intero suo corpo gridava alle enormi forze che si erano impadronite di lui: Non ora, non ancora, aspettate!
