
Il sentiero giunse a una biforcazione. Thorn si voltò bruscamente, e si aprì la strada tra grosse radici bulbose che affioravano ovunque. La luce emanata dal sentiero divenne più fievole e diffusa, in molti punti si dissolveva a causa dell’erosione. In certi punti, poi, la vegetazione aveva assorbito del tutto la sostanza luminescente. Foglie e rami rilucevano debolmente.
Ma al di là del sentiero, da entrambe le parti, la foresta era oscura, era un infinito cupo e soffocante.
Ed era diventata viva.
La sensazione di essere premuto da mille infiniti, provata per qualche istante alla sincromia dell’Yggdrasil, ritornò ora con molta più forza.
L’Yggdrasil era vero. La realtà non era ciò che sembrava in superficie. Aveva molte radici, alcune solide e vere, altre contorte e false, che affondavano in mondi diversi.
Affrettò il passo. E nuovamente gli sembrò di vedere qualcosa… un lucore pulsante, elusivo e bluastro. Era come la sequenza di Nidhogg, nell’Yggdrasil. Nidhogg, il verme che strisciava incessantemente attorno alla radice dell’Albero della Vita che discende nell’inferno. La sua vista rimase offuscata da quel colore affascinante…
Poi, gradualmente, il colore divenne un volto. Il suo stesso volto, sconvolto però da emozioni sconosciute, contratto da sofferenze a lui ignote, duro, bramoso di vendetta, accusatore… il volto di Thorn del sogno, imperioso, frenetico, ansioso, che lo spingeva ad avanzare verso una destinazione sconosciuta in un gorgo di mondi invisibili.
Con un sospiro in cui si fondevano coraggio e paura, Thorn avanzò verso di esso.
Doveva entrare in contatto con l’altro Thorn, sistemare i conti con lui, bilanciare la quantità di gioia e dolore che ora possedevano in modo così disuguale, aggiustare i torti delle loro vite diverse. Poiché, in un certo senso, lui doveva essere l’altro Thorn, e l’altro Thorn doveva essere lui. Ed è impossibile mentire a se stesso.
