
La Sala del Cielo della Croce d’Opale era immersa nel silenzio.
Si trattava di un locale immenso, e questa immensità non era diminuita dal fatto che il soffitto era in quel momento opacizzato. Il soffitto era una grande volta che iniziava dalla Carta Planetaria, che occupava la parete rivolta a meridione, e terminava nella Carta Spaziale che si trovava sulla parete rivolta a settentrione. Eppure i pochi uomini che vi erano radunati, e che occupavano poltrone disposte a ferro di cavallo al centro della sala, non sembravano affatto dirigenti politici nell’esercizio delle loro funzioni, ma semplici cittadini che avevano deciso di radunarsi, per motivi di praticità, in una sala da ballo. E la Sala del Cielo veniva concessa a qualsiasi altro gruppo di cittadini, oltre al Consiglio Mondiale. In effetti, nel corso della stessa serata, solo qualche ora prima, altre persone avevano danzato in quella sala, come testimoniavano i guanti e le sciarpe e le pantofole dimenticati qua e là, e i bicchieri lasciati a metà che si trovavano ovunque, con mille altre tracce dell’ondata di allegria che aveva invaso la sala.
Eppure sul volto di quelle poche persone che ora si trovavano radunate nella sala era possibile leggere una saggezza, una capacità di comprensione e una rapidità di decisione e di azione delle quali sarebbe stato difficile trovare l’uguale, in tempi più remoti, e in assemblee più o meno simili. E questo era un bene, pensò Clawly, perché voleva convincerli di una cosa che non poteva essere compresa da semplici amministratori… anzi, sarebbe stato molto difficile che, in epoche precedenti, lui e Clawly ottenessero un’udienza.
Osservò senza farsi scorgere i volti che lo circondavano, e fu sollevato nel notare che soltanto Conjerly e forse Tempelmar mostravano di accogliere con scetticismo la cosa.
