Rimase immobile, indicando la casa.

— Non c’è nessuno, là?

— C’è il vecchio. Il vecchio Sparviere.

L’uomo proseguì. La bambina restò a osservarlo finché non scomparve dietro l’angolo della casa.


Due capre fissarono lo straniero da un ripido campo cintato. Un gruppetto di galline e pulcini beccavano e pigolavano sommessamente qui e là nell’erba alta sotto peschi e susini. Su una scaletta appoggiata al tronco di un albero c’era un uomo; la testa era nascosta dalle foglie, e il viaggiatore vide solo le sue gambe brune e nude.

— Salve — disse, ripetendo poco dopo il saluto e alzando un poco la voce.

Le foglie si mossero, e l’uomo scese svelto dalla scala. Teneva una manciata di susine, e quando si staccò dalla scala, scacciò un paio di api attirate dal succo. Si avvicinò; era un uomo basso, dalla schiena dritta, con capelli grigi legati sulla nuca e una bella faccia segnata dal tempo. Dimostrava una settantina d’anni. Delle vecchie cicatrici, quattro linee bianche, andavano dallo zigomo sinistro alla mascella. Il suo sguardo era limpido, franco, intenso. — Sono mature… anche se domani saranno ancora più buone — disse. E porse la manciata di piccole susine gialle.

— Lord Sparviere — esordì rauco lo straniero. — Arcimago…

Il vecchio annuì brusco. — Vieni all’ombra.

L’uomo lo seguì e fece quello che l’anziano lo invitò a fare: si sedette su una panca di legno all’ombra dell’albero nodoso più vicino alla casa; accettò la frutta, ora sciacquata e servita in un cesto e ne assaggiò un po’. Interrogato, ammise di non avere mangiato nulla quel giorno. Rimase seduto mentre il padrone di casa entrava nell’abitazione e usciva poco dopo con pane e formaggio e mezza cipolla. L’ospite mangiò e bevve una tazza di acqua fresca portatagli dal vecchio. Il vecchio prese qualche susina per fargli compagnia.



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