Finalmente il Capitano Marsh si fermò dinanzi ad un grande battello con le ruote a lato. Era un battello riccamente ornato, e sul ponte principale torreggiava una montagna di merci. Lo sbarcatoio era sollevato per evitare indesiderate intrusioni a bordo; la vecchia scialuppa logorata dalle intemperie gli dondolava accanto, strofinandosi sulla murata. Persino nel fioco lucore della mezza luna lo splendore di quel battello si mostrava con sfolgorante imponenza agli occhi dell’osservatore. Non c’era battello lungo l’argine che possedesse pari grandezza e superba fierezza.

«Sì?» disse York con voce sommessa e rispettosa. Quando in seguito il Capitano ripensò a quel momento, capì che probabilmente era stato proprio ciò che lo aveva spinto a compiere il passo — il rispetto nella voce di York.

«Ecco, questo è l’Eclipse,» disse Marsh. «Vedete, il nome è scritto lì, sulla ruota.» Indicò il punto con il bastone. «Riuscite a leggerlo?»

«Perfettamente. La mia vista notturna è ottima. Sicché, dite che questo battello è speciale?»

«Diavolo se lo è. Speciale, sì. È l’Eclipse. Tutti sul fiume, dal più giovane al più vecchio, lo conoscono. Ormai ha già fatto il suo tempo — è stato costruito nel ’52, cinque anni fa. Ma è ancora magnifico. Dicono che sia costato 375.000 dollari, e li vale tutti. Non c’è mai stato un battello più grande, più bello, più for-mi-da-bi-le di questo. Io me lo sono studiato con cura, ci ho viaggiato. So quello che dico.» Marsh indicò l’imbarcazione. «Misura 110 metri per dodici, e la grande sala è lunga 99 metri. Non s’è mai visto nulla di simile. A un’estremità c’è una statua d’oro di Henry Clay, e la statua di Andy Jackson si trova dalla parte opposta. E tutti e due si lanciano a vicenda occhiate fiammeggianti. Ci sono cristalli, argenti e vetri colorati che il Planters’ House non si sogna neppure; dipinti ad olio, cibi squisiti mai degustati, e gli specchi — oh, certi specchi. E questo è niente paragonato alla sua velocità.



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