«Sissignore, proprio così. Sceglie orari molto particolari, questo Mister York, e non è il tipo a cui si dice di no, Capitano.»

Un aspro grugnito, profondamente gutturale, fu il commento di Abner Marsh. Poi il Capitano ripose l’orologio nel taschino e si allontanò senza una parola, attraversando con passi lunghi e pesanti l’atrio lussuosamente arredato. Era un colosso d’uomo, e per nulla paziente. E non era aduso a discutere d’affari a mezzanotte. Impugnava il bastone con imponenza scuotendolo poderosamente, come se mai nessuna disgrazia si fosse abbattuta su di lui, e continuava ad esser l’uomo che era sempre stato.

Adorna com’era di lampadari di vetro intagliato, infissi di lucido ottone, tavoli rivestiti da tovaglie bianche del lino più pregiato e apparecchiati con le porcellane e i cristalli più preziosi, la sala da pranzo s’accostava per sontuosa eleganza al salone principale di un battello di lusso. Nelle ore che di norma sono dedite al pasto, i tavoli erano gremiti di viaggiatori e battellieri, ma ora la sala èra vuota, e gran parte delle luci spente. E ciò invitò il Capitano ad una riflessione. Tutto sommato i colloqui di mezzanotte possedevano un risvolto positivo: se non altro si sarebbe risparmiato la pietosa sequela di condoglianze. Due camerieri negri stavano parlottando vicino alla porta della cucina. Marsh li ignorò ed avanzò verso il lato opposto della sala, dove uno sconosciuto ben vestito stava cenando da solo.

L’uomo dovette sentire il rumore dei suoi passi, ma non alzò gli occhi per guardarlo. Per la verità, era tutto preso e compreso nel raccogliere gustose cucchiaiate di consommé di testina di vitello da una ciotola di porcellana. Il taglio della lunga giacca nera rivelava inequivocabilmente la sua estraneità alla comunità fluviale.



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