Non un uomo del fiume, dunque, forse un cittadino degli Stati dell’Est, o forse addirittura un forestiero, perché no? Era alto e robusto, seppur non quanto lo era Marsh; seduto, dava l’impressione di possedere una statura di tutto rispetto, tuttavia gli difettava la corpulenza che faceva di Marsh un gigante. Sulle prime, il Capitano lo giudicò vecchio, per via della testa apparentemente canuta. Poi, avvicinatosi a lui, s’accorse che i capelli non erano affatto bianchi, bensì di un biondo pallidissimo, e così, tutto d’un tratto, lo sconosciuto assunse un aspetto quasi fanciullesco. York era perfettamente rasato, non v’erano baffi o basette sul suo viso lungo e fresco, e la pelle era chiara al pari dei capelli. Le mani sembravano quelle di una donna, così pensò Marsh mentre le osservava, sovrastando il tavolo con la sua possente figura.

La punta del bastone picchiò sul tavolo. Il rumore, reso ovattato dalla tovaglia, fece del brusco appello un gentile invito. «Siete voi Josh York?» disse.

York sollevò lo sguardo e i loro occhi si incontrarono. Fino all’ultimo dei suoi giorni, Abner Marsh serbò il ricordo di quel momento: la prima volta che guardò gli occhi di Joshua York. Ogni suo pensiero, ogni suo progetto, tutto ciò che la sua mente aveva concepito fu risucchiato dal vortice degli occhi di York. Il ragazzo e il vecchio, il damerino e il forestiero, tutti questi personaggi svanirono in un solo istante, e rimase unicamente York, l’uomo, la sua forza, il sogno, l’intensità.

Gli occhi di York erano grigi, di una tenebrosità sconcertante in un viso dal pallore così straordinario. Le pupille, capocchie di spillo, nere e ardenti, pupille che trafissero Marsh, s’insinuarono dentro di lui, gli soppesarono l’anima. Il grigio intorno ad esse pareva vivo, mobile, come la nebbia che danza sul fiume in una notte oscura, quando le rive scompaiono, le luci scompaiono, e non c’è più nulla al mondo, solo il tuo battello, e il fiume, e la nebbia.



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