Si chiamava Emily, così disse l’encanteur. «Guardatela, signori,» farfugliò quello in francese, «guardatela soltanto. Quale perfezione! Erano anni che non veniva offerto un lotto simile, e molti anni passeranno ancora prima che se ne vedrà un’altra come lei.» Billy la Serpe non si sentì di dargli torto. A suo giudizio Emily poteva avere sedici anni, forse diciassette, ma possedeva di già le fattezze di una donna. In piedi sul palco di offerta, aveva un’aria un po’ spaventata, ma la spoglia semplicità del suo abito esaltava ancor più la sua amabile figura, e poi aveva un viso incantevole — grandi occhi, infinitamente dolci, ed una splendida carnagione caffellatte. A Julian sarebbe piaciuta.

Le offerte si rilanciarono con vivacità. I piantatori non avevano interesse a comprare un articolo simile, ma sei o sette creoli si accanirono con fervore nella gara per aggiudicarsela. Non v’era dubbio che gli altri schiavi avessero dato ad Emily un’idea di ciò ch’era in serbo per lei. Era bella abbastanza per potersi guadagnare la libertà, col tempo s’intende, e per essere mantenuta da uno di quegli zerbinotti creoli in una casetta di Ramparts Street, almeno fino a quando non avesse preso marito. Avrebbe partecipato ai Balli dei Meticci nella Sala da Ballo di New Orleans, con indosso vesti e nastri di seta, e sarebbe stata cagione di più di un duello. Le sue figlie avrebbero avuto la pelle ancor più chiara della sua, e sarebbero cresciute nella medesima agiatezza. Forse, in vecchiaia, avrebbe imparato ad acconciare i capelli o a dirigere una pensione.

Billy la Serpe sorseggiò il liquore, il volto irrigidito in una fredda espressione.

Le offerte svettarono. Alla quota di 2.000 dollari rimasero in gara soltanto tre offerenti.



20 из 474