
Ma più di ogni altra cosa, quegli occhi possedevano la forza, una forza terribile, una potenza spietata e inflessibile come quella del ghiaccio che aveva infranto i sogni di Marsh. E laggiù, tra quelle nebbie, Marsh sentì il ghiaccio muoversi, avanzare lentamente, così lentamente, e udì il fragore terrificante dei battelli che si frantumavano, distrutti come tutte le sue speranze.
In tutta la sua vita Abner Marsh aveva guardato tanti e tanti uomini, fissandoli negli occhi con quella stessa penetrante intensità. Ed anche stavolta prolungò il suo sguardo, indugiando il più possibile nella tenebra di quegli occhi. Con la mano serrata intorno al bastone, tanto forte da temere di spezzarlo in due, Marsh sostenne a lungo lo sguardo di York, poi, alla fine cedette, e distolse gli occhi da lui.
L’uomo seduto al tavolo spostò da un lato la sua minestra, e rivolgendo a Marsh un gesto d’invito, gli disse, «Capitano Marsh. Vi stavo aspettando. Prego, sedete con me.» Parlò con voce suadente, misurata e disinvolta.
«Sì,» disse Marsh, in un bisbiglio quasi impercettibile. Scostò una sedia dal tavolo e prese posto di fronte a lui. Marsh era un uomo di mole massiccia, alto più di un metro e ottanta e pesante più di centocinquanta chili. Aveva la faccia di un rosso acceso ed una barba folta e nera che, negli intenti del Capitano, avrebbe dovuto coprire un naso schiacciato e rincagnato ed una rigogliosa vegetazione di porri e verruche. Ma essa, pur con l’ausilio delle basette, faceva ben poco; di Marsh si diceva che fosse l’uomo più brutto del fiume, e lui lo sapeva.
