
Tirò un profondo sospiro e pigliò ad acchianare lento, un pedi leva e l’altro metti, lungo uno stretto viottolo sassoso tra ampie distese di viti. Era uva da tavola, di chicco rotondo e sodo, detta, va a sapere pirchì, «uva Italia», l’unica che pigliasse su quei terreni, perché quanto ad altra racìna per fare vino, sempre su quei terreni era meglio sparagnarsi la spesata e il travaglio.
La casuzza a un piano, una càmmara sotto e una sopra, stava proprio in pizzo alla collinetta, seminascosta da quattro enormi ulivi saraceni che la circondavano quasi per intero. Era come Gegè gliel’aveva descritta. Porta e finestre inserrate e scolorite, nello spiazzo davanti c’era una gigantesca troffa di càpperi e poi c’erano troffe più piccole di cocomerelli serbatici, di quelli che appena si toccano con la punta d’un bastone schizzano in aria spandendo simenza, una seggia di paglia sfondata e messa a gambe all’aria, un vecchio cato di zinco per pigliare l’acqua reso inservibile dalla ruggine che se l’era mangiato a pezzi.
