Una frase l’aveva particolarmente colpito: «la pistola dormiva con il suo aspetto di lucertola fredda». Ritirò la mano tanticchia schifato, richiuse il cassetto lasciando la lucertola al suo sonno. Tanto, se tutta la storia che stava per cominciare si fosse rivelata un trainello, un’imboscata, aveva voglia a portarsi appresso la pistola, quelli l’avrebbero spirtusato come e quando volevano a colpi di kalashnikov, e tanti saluti e sono. C’era solo da sperare che Gegè, in ricordo degli anni trascorsi l’uno allato all’altro sullo stesso banco delle elementari, amicizia continuata poi magari quando s’erano fatti grandi, non si fosse risolto, per interesse suo, a venderlo come carne da porco, contandogli una minchiata qualisisiasi per farlo cadere nella rete. No, qualisisiasi proprio no: la facenna, se vera, sarebbe arrisultata cosa grossa e rumorosa.

Tirò un profondo sospiro e pigliò ad acchianare lento, un pedi leva e l’altro metti, lungo uno stretto viottolo sassoso tra ampie distese di viti. Era uva da tavola, di chicco rotondo e sodo, detta, va a sapere pirchì, «uva Italia», l’unica che pigliasse su quei terreni, perché quanto ad altra racìna per fare vino, sempre su quei terreni era meglio sparagnarsi la spesata e il travaglio.

La casuzza a un piano, una càmmara sotto e una sopra, stava proprio in pizzo alla collinetta, seminascosta da quattro enormi ulivi saraceni che la circondavano quasi per intero. Era come Gegè gliel’aveva descritta. Porta e finestre inserrate e scolorite, nello spiazzo davanti c’era una gigantesca troffa di càpperi e poi c’erano troffe più piccole di cocomerelli serbatici, di quelli che appena si toccano con la punta d’un bastone schizzano in aria spandendo simenza, una seggia di paglia sfondata e messa a gambe all’aria, un vecchio cato di zinco per pigliare l’acqua reso inservibile dalla ruggine che se l’era mangiato a pezzi.



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