
«Ohè! Di casa!».
Nessuna risposta, nessuna rumorata. Dalla sacchetta dei pantaloni il commissario tirò fòra un accendino e un pacchetto di sigarette, se ne mise una in bocca e l’addrumò, sistemandosi controvento con un mezzo giro su se stesso. Così chi c’era dintra la casa ora avrebbe potuto comodamente taliarlo di spalle, come prima l’aveva taliato di petto. Tirò due boccate, poi andò deciso alla porta e tuppiò forte col pugno, tanto da farsi male alle nocche per le scrostature indurite della vernice sul legno.
«C’è quarcuno?» spiò di nuovo.
Tutto poteva aspettarsi, meno la voce ironica e calma che lo pigliò a tradimento alle spalle.
«C’è, c’è. Sono qua».
«Pronto? Pronto? Montalbano? Salvuzzo! Io sono, Gegè sono».
«L’avevo capito, calmati. Come stai, occhiuzzi di miele e zàgara?».
«Bene sto».
«Hai travagliato di bocca in queste iurnate? Ti perfezioni sempre di più nel pompino?».
«Salvù, non metterti a garrusiare al solito tuo. Io semmai, e tu lo sai, non travaglio ma faccio travagliare di bocca».
«Ma tu non sei il maestro? Non sei tu che insegni alle tue variopinte buttane come devono mettere le labbra, quanto dev’essere forte la sucatina?».
«Salvù, magari se fosse come dici tu, sarebbero loro a darmi lezione. A dieci anni arrivano imparate, a quindici sono tutte maestre d’opera fina. C’è un’albanese di quattordici anni che...».
