
Quando arrivò, con qualche minuto di ritardo, Gegè era ad aspettarlo, passiava nirbùso avanti e narrè lungo la sua auto. S’abbracciarono e si baciarono, era da tempo che non si praticavano.
«Andiamo ad assittarci nella mia macchina, stanotti fa friscoliddro» disse il commissario.
«Mi hanno messo in mezzo» attaccò Gegè appena assittato.
«Chi?».
«Persone alle quali non posso negarmi. Tu sai che io, come ogni commerciante, pago il pizzo per travagliare in santa pace e per non fare succedere burdello, fatto ad arte, nel burdello che ho. Ogni mese che u Signuri Iddio manda in terra, c’è uno che passa e incassa».
«Per conto di chi? Me lo puoi dire?».
«Passa per conto di Tano u grecu».
Montalbano strammò, magari se non lo diede a vedere all’amico. Gaetano Bennici, inteso «u grecu», non aveva visto la Grecia manco col cannocchiale e delle cose dell’Eliade ne poteva sapere quanto un tubo di ghisa, ma era detto così per un certo vizio che la voce popolare diceva sommamente gradito nei paraggi dell’acropoli. Aveva sicuramente tre omicidi sulle spalle, nel giro occupava un posto un gradino più sotto ai capi capi, ma non si sapeva che operasse nella zona di Vigàta e dintorni, qui erano le famiglie Cuffaro e Sinagra a contendersi il territorio. Tano apparteneva a un’altra parrocchia.
«Ma Tano u grecu che ci accucchia da queste parti?».
«Che minchia di domande mi fai? Che minchia di sbirro sei? Non lo sai che è stato stabilito che per Tano u grecu non ci sono parti, non ci sono zone quando si tratta di fìmmine? Gli è stato dato il controllo e la pribenna su tutto il buttaname dell’isola».
«Non lo sapevo. Vai avanti».
«Verso le otto di stasira stessa passò il solito omo per l’incasso, era la iurnata stabilita per pagare il pizzo. Si pigliò li sordi che io gli desi, ma, invece di ripartirsene, questa vota raprì lo sportello della machina e mi disse d’acchianare».
