
«Quando e dove?».
«Stanotte stissa, all’arba. Dove, te lo spiego subito».
«Lo sai che vuole da me?».
«Questo non lo saccio e non lo voglio sapìri. Ha detto di farti convinto che ti puoi fidare di lui come con un fratello».
Come con un fratello: queste parole, anziché rassicurare Montalbano, gli procurarono uno spiacevole brivido nella schiena, era risaputo che al primo posto dei tre - o cinque - omicidi di Tano c’era quello di suo fratello maggiore Nicolino, prima strangolato e poi, per una misteriosa regola semiologica, accuratamente scuoiato. Cadde in pensieri neri, che divennero ancora se possibile più neri alle parole che Gegè gli sussurrò, mettendogli una mano sulla spalla.
«Statti accorto, Salvù, quello è una vestia mala».
Se ne stava tornando a casa guidando piano quando i fari della macchina di Gegè che lo seguiva lampeggiarono ripetutamente. Si fece di lato, Gegè s’accostò e piegandosi tutto verso il finestrino dalla parte di Montalbano, gli porse un pacchetto.
«Mi scordavo i mostazzoli».
«Grazie. Credevo fosse stata una tua scusa, una copertura».
«E io che sono? Uno che dice una cosa per un’altra?».
Accelerò, offeso.
Il commissario passò una nottata da contarla al medico. Il primo pinsèro che gli venne fu quello di telefonare al questore, arrisbigliarlo e informarlo, cautelandosi su tutti gli sviluppi che la facenna poteva avere. Però Tano u grecu in proposito era stato esplicito, come gli aveva riferito Gegè: Montalbano non doveva far sapere niente a nessuno e all’appuntamento doveva andarci da solo. Qui però non era quistione di giocare a guardie e ladri, il dovere suo era di fare il dovere suo, vale a dire avvertire i superiori, con loro predisporre fin nei minimi dettagli le operazioni d’appostamento e di cattura, magari con l’aiuto di sostanziosi rinforzi. Tano era latitante da quasi dieci anni e lui, tranquillo e sireno, andava a trovarlo come se quello fosse un amico tornato dalla Merica? Manco a parlarne, non era cosa, il questore doveva assolutamente essere messo al corrente. Compose il numero dell’abitazione del suo superiore a Montelusa, il capoluogo.
