
«Sei tu, amore?» fece la voce di Livia da Boccadasse, Genova.
Montalbano restò per un momento senza fiato, si vede che il suo istinto lo stava portando a non parlare col questore, facendogli sbagliare numero.
«Scusami per poco fa, ho ricevuto una telefonata imprevista che mi ha costretto a uscire».
«Lascia perdere, Salvo, lo so il mestiere che fai. Scusami tu piuttosto per lo scatto, ero rimasta delusa».
Montalbano taliò il ralogio, aveva almeno tre ore prima di andare a incontrarsi con Tano.
«Se vuoi, possiamo parlare ora».
«Ora? Scusami, Salvo, non è per ripicca ma preferirei di no. Ho preso il sonnifero, tengo a fatica gli occhi aperti».
«D’accordo, d’accordo. A domani. Ti amo, Livia».
La voce di Livia cangiò di colpo, si fece sveglia e agitata.
«Eh? Che c’è? Che c’è, Salvo?».
«Niente c’è, che ci deve essere?».
«Eh no, caro, tu non me la conti giusta. Devi fare qualcosa di pericoloso? Non mi fare stare in pensiero, Salvo».
«Ma come fanno a venirti certe idee in testa?».
«Dimmi la verità, Salvo».
«Non sto facendo nulla di pericoloso».
«Non ci credo».
«Ma perché, Cristo santo?».
«Perché m’hai detto ti amo, tu da quando ci conosciamo me l’hai detto solo tre volte, le ho contate, e ogni volta è stato per qualcosa d’insolito».
L’unica era troncare, con Livia si poteva arrivare a matino.
«Ciao, amore, dormi bene. Non essere stupida. Ciao, devo uscire di nuovo».
E ora come fare a passare tempo? Fece la doccia, lesse qualche pagina del libro di Montalbàn capendoci poco, tambasiò da una stanza all’altra ora raddrizzando un quadro ora rileggendo una lettera, una fattura, un appunto, toccando tutto quello che gli veniva a tiro di mano.
