Rifece la doccia, si sbarbò, procurandosi un taglio proprio sul mento. Addrumò il televisore e l’astutò subito, gli diede un senso di nausea. Finalmente si fece l’ora. Già pronto per uscire, volle mettersi in bocca un mostazzolo di vino cotto. Con autentico stupore s’accorse che il pacco sulla tavola era stato aperto, che dentro la guantiera di cartone non c’era più manco un dolce. Se li era mangiati tutti senza farci caso per il nervoso. E, quel ch’era peggio, non se li era nemmeno goduti.

Due

Montalbano si voltò adascio, quasi a bilanciare la sorda, improvvisa raggia per essersi lasciato pigliare di spalle alla sprovvista come un principiante. Per quanto fosse stato sull’allarme, non aveva avuto modo di sentire la minima rumorata.

«Uno a zero a favore tuo, cornuto!» pensò.

Benché non l’avesse mai veduto di prisenza, lo riconobbe subito: rispetto alle segnaletiche di qualche anno avanti, Tano s’era fatto crescere barba e baffi, ma gli occhi erano sempre quelli, mancanti d’ogni espressione, «di statua» come aveva efficacemente detto Gegè.

Tano u grecu s’inchinò leggermente e non c’era nel suo gesto manco il più lontano sospetto di scòncica, di presa in giro. Automaticamente Montalbano ricambiò il mezzo inchino. Tano buttò la testa indietro e rise.

«Paremo due giapponisi, quelli guerrieri con la spada e la corazza. Come si chiamano?».

«Samurai».

Tano allargò le braccia, quasi volesse stringere a sé l’omo che gli stava davanti.

«Al piacere d’accanuscìri pirsonalmente di pirsona il famoso commissario Montalbano».

Montalbano decise di togliere di mezzo le cerimonie e d’attaccare subito, tanto per mettere l’incontro nel suo giusto terreno.



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