
— Che sta tacendo? — chiese il Grosso con le braccia penzoloni.
— Gli suggerisce cosa deve dire. So che sembra ridicolo.
— Come fa un libro a suggerire a un uomo cosa deve dire?
— Desidero trovare alloggio, una stanza, dimora, pensione, pensione completa, sono pulite le stanze, una camera con vista, qual è il prezzo per una notte? — recitò Duefiori tutto d’un fiato.
Il Grosso guardò Hugh. Il mendicante si strinse nelle spalle. — Ha un sacco di soldi — disse.
— Allora digli che fa tre monete di rame. E che quella Cosa dovrà sistemarsi nella stalla.
— ? — disse lo straniero. Il Grosso alzò tre tozze dita arrossate e il viso dell’uomo si rasserenò. Prese dal borsellino tre grosse monete d’oro e le mise in mano al taverniere.
Questi le contemplò. Rappresentavano almeno il quadruplo del valore del Tamburo Rotto, personale incluso. Guardò Hugh, ma non ne ricavò nulla. Guardò lo straniero. Deglutì.
— Sì — disse a voce troppo alta. — E poi naturalmente ci sono i pasti. Cibo. Voi mangiate. No? — Accompagnò le parole con i gesti.
— Citu? — chiese l’ometto.
— Sì. — Il Grosso cominciò a sudare. — Date un’occhiata al vostro libretto, ve lo consiglio.
L’altro aprì il libro e fece scorrere il dito su una pagina. Il Grosso, che se la cavava con la lettura, sbirciò al di sopra del volume. Cosa vide non aveva senso.
— Ciiibo — disse lo straniero. — Sì. Cotoletta, spezzatino, braciola, stufato, ragù, fricassea, carne tritata, fettina, soufflé, pallottole di pasta bollita, biancomangiare, sorbetto, dolci, gelatina, marmellata. Rigaglie. — Guardò raggiante il Grosso.
— Tutto? — chiese questi debolmente.
— È solo il suo modo di parlare — spiegò Hugh. — Non chiedermi perché. È così.
Nel locale tutti gli occhi erano puntati sullo straniero. Eccetto quelli di Scuotivcnto il Mago, seduto nell’angolo più buio con un piccolo boccale di birra.
